Ogni tanto mi si chiede: "A cosa deve somigliare un Bardolino?". La risposta è ovvia: "A un Bardolino". Ma l'affermazione così ovvia non è, in realtà, se c'è chi è costretto a domandare quale sia il punto di riferimento.E allora lascio la parola a quel che scrive la guida Vini d'Italia, targata Gambero Rosso & Slow Food, in poche, ma secondo me del tutto significative righe scritte, credo, da Nicola Frasson.
Quste: "Interpretare la corvina, protagonista assoluta dei rossi veronesi, come fosse un pinot nero, trasmette al vino una splendida espressività aromatica fatta di frutti di bosco e pepe, leggerezza gustativa, sapidità e tensione acida".
Ecco, credo che qui ci sia dentro tutto.
Primo: "interpretare la corvina". Sì, i veronesi son maestri dell'uvaggio e più ancora della cuvée, e il disciplinare del Bardolino (come quello del Valpolicella) prevede più uve. Ma talvolta - mica sempre - son uve che poco o nulla aggiungono, e semmai qualche volta tolgono, alla bellezza espressiva della corvina coltivata sulle colline moreniche gardesane, ché lì la corvina s'esprime in maniera del tutto diversa che nelle vallate valpolicellesi. E dunque sì: che si faccia più o meno uvaggio o cuvée, è la corvina l'anima del territorio. Una delle matrici del terroir. E va interpretata.
Secondo: "intrepretare la corvina come fosse un pinot nero". Lo sto dicendo e scrivendo da anni: il punto di riferimento de vigneron bardolinisti ha da essere la Borgogna. Mica per imitazione: il Bardolino deve somigliare a sé stesso. Ma per filosofia. E la filosofia è quella dei Borgogna pre infatuazione americana (diciamo fino agli anni Ottanta) e post risveglio dalla sbornia parkeriana (diciamo gli ultimi cinque anni). Il Borgogna cioè che non punta a un colore che non è suo, e dunque s'accontenta di tonalità leggere, a volte cristalline. Il Borgogna che rifiuta il tannino eccessivo, e dunque rifugge dal legno marcato. Il Borgogna che ha il fruttino di bosco, e la fragolina e il lampone, in bell'evidenza, e sotto una speziatura che affascina. Il Borgogna che non crede che l'acidità sia negativa, se ben calibrata.
Terzo, dunque: "iterpretare la corvina come fosse un pinot nero per tasmettere al vino una splendida espressività aromatica fatta di frutti di bosco e pepe, leggerezza gustativa, sapidità e tensione acida". Aggiungo solo: più fragolina a nord, più ciliegia a sud, e comunque, a partir dall'estate, chiodo di garofano, cannella, pepe, e una bella freschezza che dà slancio al frutto e alla spezia. Ecco: questo è il "mio" Bardolino. Il Bardolino che risponde al richiamo del terroir e di nient'altro. E poco importa il resto, davvero.
Se così fosse (e così confido che sarà, e già un bel manipolo di produttori così fa), davvero per il bevitore curioso sarà difficile resistere al fascino d'un rosso "che si beve". O almeno, quest'è la mia opinione.

